• Wild Style, un amore scritto in subway
  • agosto 11th, 2010
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  • Films

Sono pochi i film che abbiano avuto un peso reale nella storia dell’hiphop.
Non intendo quei film che abbiano ottenuto, in un modo o nell’altro, un successo commerciale, vedi 8 Mile, ma piuttosto quelli che per i “seguaci” abbiano davvero significato qualcosa.
Uno di questi è senza dubbio Wildstyle, per vari motivi.
Ma procediamo con calma.

È il 1982, ovvero, a stare a sentire i storiografi dell’hiphop, sono passati nove anni da quando Dj Kool Herc, o Kool Dj Herc, fate voi, si è inventato l’hiphop.
Nove anni in cui, dai block parties del Bronx, il verbo ha iniziato a diffondersi, nove anni che hanno visto la nascita del movimento e la comparsa sulla scena di nomi come Treacherous Three, Grandmaster Flash, Afrika Bambataa, Funky Four Plus One, Kurtis Blow, solo per citarne alcuni.
Anni forse un po’ oscuri, almeno per molti rappusi dei giorni nostri, che non hanno ancora visto la comparsa di Run-DMC, Public Enemy, Eric B & Rakim e di tutte quelle formazioni che, facendo la loro comparsa ufficiale a metà anni 80, segnano l’immaginario collettivo di old school.
L’hiphop è ancora un illustre sconosciuto, che inizia a farsi sentire ma, per forza di cose, fatica a valicare i muri oceanici dell’America.

E’ in questo contesto che esce nelle sale Wild Style di Charlie Ahearn.
Difficile dire quanto Wild Style abbia aiutato la creazione di un immaginario, la formazione di un movimento, quel che è certo è che rappresenta uno degli esempi più classici di film che hanno spiegato l’hiphop a chi era ansioso di impararlo.
Siamo a metà degli anni ’90 quando Esa, in forza agli Otierre, chiude Chiedo permesso con questi versi:

Ora sai cos’e’ un flow off-beat o un windmil
provi a far lo scratch coi tuoi dischi mischi
il jazz collezionato da papa’ con mixer, Tecnichs
hai visto Wild Style e Beat Street
segui Source e Rap Pages Aelle e i programmi rap dal satellite

Come lui fa Ensi, in Timeline (da In Ogni Dove, di Rayden)

Dopo i centri sociali e prima del club
dopo Wild Style prima di 8 Mile, lo facevamo già

o HegoKid, in Sulle stesse frequenze (da 126 Libbre, dei Pesipiuma)

Tra le palme di L.A. e le strade di N.Y.
c’erano sempre gli stessi dischi in play nel mio hi-fi
notti davanti alla pellicola usurata di Wild Style
o scrivendo strofe sopra i beatz sporchi di un Akai

Una volta è un caso, due ti mette il dubbio, tre – senza indagare oltre – è una realtà.
La storia di Zoro, writer latino che prova a sfuggire dalla morsa del ghetto grazie al suo talento di artista, è per il mondo hiphop qualcosa di più di un film.
È una storia condivisibile, è la spiegazione, per chi si avvicina alle quattro discipline, la conferma che là fuori c’è qualcun altro che ha fatto prima di te, la conferma di un movimento a cui appartenere.
È un film che assomiglia molto più ad un documentario che ad un fiction-movie, dove molti dei personaggi interpretano sé stessi e dove lo stesso Zoro viene interpretato da Lee Quinones, leggendario writer della New York anni 80.
Un film mediocre, caricato di una valenza simbolica che va ben al di là della bellezza oggettiva, corredato da una colonna sonora che esporterà in tutto il mondo nomi come Busy Bee, Cold Crush Brothers e Grandmaster Caz, aggiungendo un tassello ad un puzzle che andava lentamente componendosi.

Campionato un’infinità di volte dagli artisti più differenti, da Nas ai Jurassic 5, Wild Style è oggi anche il simbolo di un periodo differente, dove la fame di sapere si saziava riavvolgendo le cassette fino a distruggerle, sfogliando le poche fanze fino a renderle carta straccia.
Per dirla con Erykah Badu, forse un po’ di fame analogica in questo mondo digitale ci farebbe bene.

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