Boxe, sport movies e bianchi di Detroit

Sai tecnicamente in questo momento non dovrei neppure essere qui, quindi fanculo, meglio che di questo momento prenda il meglio che posso. Sto bene, probabilmente sono fortunato, perchè alcuni di noi non hanno una seconda chance. Non ho intenzione di bruciarla, ora mi sento come se potessi fare qualsiasi cosa.

Se c’è un sentimento che il rap è in grado di convogliare, quello è l’epica. Casse quadrate, rullanti che cadono da altezze siderali, archi e ottoni che conoscono il fortissimo e poche altre dinamiche.

E poi le parole. Nulla come il rap sa rappresentare l’idea di rivalsa sociale, di abbattimento delle barriere e di rincorsa per raggiungere l’immancabile primo posto.

Per questo non è raro che i rapper prendano i loro spunti altrove, magari nei film, nell’immaginario che scaturisce da gangster-movie come Carlito’s Way e The Goodfellas, ma non solo.
Sta al rapper la scelta e c’è chi chi compie delle scelte decisamente fuori dal coro, come chi, maestro di liriche tenta il paragone con la boxe più underrated.
E d’altronde dov’è la novità? La boxe e gli scacchi sono da sempre due delle discipline che meglio si adattano alla visione del mondo formato rapper.
La forza fisica, il sudore e lo scontro da una parte, la concentrazione, lo studio dell’avversario dall’altra e niente di meglio che un’improbabile via di mezzo, come quella offerta dal chessboxing, per scatenare le fantasie dei rapper.
Ricordate Da Mistery of Chessboxing, sul primo album del Wu-Tang? Appunto.

Si potrebbe fare un discreto elenco di rapper che hanno scelto la metafora della boxe per il loro lavoro, basti pensare, per restare a casa nostra, ai Onemic di Sotto la cintura e alle due versioni di Fight Club (rispettivamente su Tora-Ki e Quella sporca dozzina), o alle dozzine di volte che ho sentito la line Fly like a butterfly, sting like a bee, in ogni sua possibile variante.
E qui rimaniamo sul facile però, citare Muhammad Ali per la boxe è come sparare sull’ambulanza.
Diverso è quando il champ preso a modello è un altro, di diversa levatura e di diversa storia personale.

Diverso è prendere ad esempio James Walter Braddock, irlandese, vissuto a cavallo della crisi del ’29, con una storia personale fatta di rinunce e sconfitte, che lo condussero poi sul gradino più alto del podio mondiale.
Diverso se il rapper in questione non è Eminem.
Povertà a parte, le storie personali dei due si assomigliano parecchio:
vincitore del campionato dilettanti del New Jersey, professionista a 21 anni, 3 anni di vittorie intervallate da solo 5 sconfitte, poi la sconfitta nel match per il titolo contro Tommy Loughran e una grave depressione, che lo terrà lontano dal ring, fino al ritorno e alla vittoria del campionato mondiale nel ’35.
Ci siamo, togli Hell’s Kitchen e metti Detroit, sostituisci rap a boxe e il paragone è presto fatto e, ancora una volta, sottolinea che Recovery ha fondamentalmente un solo motivo di esistere, ricordare al mondo che Em è tornato e che adesso che è tornato sono cazzi per tutti, con buona pace di Ron Howard e dei colleghi.

In un panorama di simil-mobsters che, da Beanie Sigel a Rick Ross, prendono in prestito nomi mafiosi per darsi un tono, la scelta può sembrare bizzarra. Se a questo si aggiunge che il soprannome di J. Braddock era Cinderella Man, Cenerentolo e che così si chiama anche il pezzo del buon Marshall, il rapper medio ha già subodorato il tradimento.
Dov’è finita la swaggerness, il machismo, l’omofobia convinta? Dove sono i cari vecchi cliché, le collanazze e le scritte no homo? Spariti? Sorpassati?
Piacerebbe dire che è così, ma francamente non credo accadrà mai.
Resta comunque un piacere notare che, in un mare di uniformità demoralizzante, qualcuno è ancora in grado di tirare fuori qualcosa da un repertorio collettivo sempre più logoro.

SpeakerBox è una piccola rubrica di argomento generale, che vuole parlare di rap ma non solo ed essere uno spazio di espressione su argomenti caldi o comunque da trattare. Verrà pubblicata con cadenza quindicinale, salvo casi eccezionali.

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