9/11

Non credo nel destino, mai fatto.

Credo nelle coincidenze fortunate. Credo nelle coincidenze che ti permettono di realizzare un buon pezzo, nelle date che rendono evidente, persino troppo facile, la scelta di un argomento di cui parlare.

Dovendo scrivere un articolo l’11 settembre suona persino colpevole non scrivere un articolo sull’11 settembre, come fingere che un evento di tale portata sia estraneo al piccolo angolo di mondo di cui ci occupiamo.

FromTheCourt parla di musica, è vero. Ma prima ancora di rap.
E il rap è sempre stato, per gran parte, e credo che sarà sempre, narrazione, cronaca, reportage di quanto accade attorno ad un mondo che finge di essere separato dalla realtà, ma che non potrebbe esserle più vicino.

Thug stories, liriche conscious, non potrebbero avere un punto di contatto più chiaro di quello che si trova nella volontà di narrare quello che accade, o quello che può accadere, se assumiamo che a volte il rap tende all’esagerazione.

Poteva un evento di portata catastrofica tale rimanere estraneo alle metriche dei nostri artisti preferiti? Onestamente, credo di no.
Non poteva farlo e non l’ha fatto.
Non l’ha fatto ed ha dato nuova linfa vitale, nuova rabbia da convogliare.

Se siete appassionati di teorie complottistiche, questo non è l’articolo che fa per voi.
Non mi interessa stabilire, in base a competenze che non possiedo, chi abbia abbattuto le torri, perchè o come. Non mi interessa addossare colpe e tracciare retroscena storici che conducano all’armamento degli afgani per mano americana, come non mi interessa sapere se ha ragione Immortal Technique, quando in Bin Laden dice che Bush ha abbattuto le torri.

Quello che mi interessa è altro.

Chi ha visto anche solo uno spezzone dell’Answer the call di Jay-Z, il concerto tenuto l’11 Settembre 2009 al Madison Square Garden, per commemorare quanto accaduto nel 2001?

Io. Ma penso di non essere stato l’unico. E’ vero, quella citazione iniziale di Jimi Hendrix ci ha fatto un po’ sorridere e di sicuro ci ha solleticato almeno per un attimo il pensiero che quel concerto fosse solo un modo di farsi pubblicità, un LiveAid newyorchese, dove la retorica prendeva il sopravvento, sfruttando un sentimento popolare.

Poi forse, riflettendoci su, abbiano notato qualcos’altro. Abbiamo notato l’intensità che pervadeva il palco e la folla, l’esorcismo della paura con la festa, un bisogno ancestrale di distaccarsi da quanto era accaduto, rinnovandolo.

C’è una canzone che credo esprima molto bene la New York Attitude, la capacità di rialzarsi e ritornare to the top ed è Empire State of mind.

Non parliamo solo di una canzone che parla di una città, quante ne abbiamo sentite così?
Parliamo di una canzone che racconta una città e racconta i suoi abitanti e forse, senza rendersene conto, rende la memoria di un momento molto meglio di tante altre.

Il modo migliore per superare una caduta è ricordare l’attimo in cui, malgrado tutto, si è tornati in piedi.

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