Sto cominciando a pensare che nonostante l’alone di velata antipatia che ammanta le teste dei nostri vicini d’oltralpe, potremmo apprendere dai francesi numerose lezioni su come si possa essere, volendolo, ciò che si vuole al livello di chi si vuole.
Tralasciando ricordi scolastici sulla rivoluzione e l’epoca del terrore e quel poco che le vostre menti non hanno gloriosamente cancellato alla squillo dell’ultima campanella dell’ultimo giorno di scuola, ripromettendosi di non pensarci mai più, concentrerei l’attenzione su un aspetto in particolare, sulla musica.
Se alcuni anni fa pensando alla Francia avrei pensato a nomi come IAM, Oxmo, RivalCapone per affinità elettive con la mia Varese, nonostante l’mc sia solo francofono e non propriamente gallico, ad oggi pensare alla ridente patria di Voltaire e Zidane (sempre sia lodato) mi porta piuttosto alla mente un paio di nomi, come quello degli Hocus Pocus, che oltre ad essere una delle mie band preferite, rappresentano quanto di meglio al momento si possa trovare in ambito soul-jazz/rap.
Se non siete convinti il fatto che i loro concerti siano sold out mesi – letteralmente – prima della data di esibizione dovrebbero chiarirvi il concetto.
Ma non è degli Hocus Pocus che parla questa recensione, piuttosto di un loro conterraneo, anche se in senso piuttosto lato, Ben L’Oncle Soul.

Tralasciando la scelta del nome, che secondo fonti ben informate deriverebbe da una marca di riso (?), veniamo all’EP Soul Wash.
Cominciamo con il dire che Soul Wash è un EP di cover, come di cover è il Wake up! di Roots e John Legend, fresco di stampa (spoiler alert).
La differenza abissale che intercorre tra i due è però evidente dando una scorsa all’elenco dei pezzi.
Se a cover di Baby Huey preferisco pezzi di Katy Perry e Spice Girls, o ho perso abbondantemente il senso di ciò che sto facendo o sono talmente convinto delle mia capacità da decidere di deviare dal corso tradizionale del mio genere, per sconfinare negli inesplorati territori del pop da classifica.
La buona notizia è che gli originali non sono degni di allacciare i sandali alle cover, tanto per citare il libro più venduto della storia e Ben, con un progetto sulla carta improbabile, porta a casa un EP che lascia ben sperare per il resto della sua carriera.
Atmosfere ’60, dal sound alla grana della registrazione, Soul Wash riesce nell’impresa di redimere una trashata epocale come Barbie girl degli Aqua, forse meno nel rifacimento di Crazy dei Gnarls Barkley, già di per sè un pezzo non da poco.
Da segnalare anche una cover della Seven Nation Army dei White Stripes che si pone in diretta concorrenza con la epica versione mondiale, emblema della vittoria più effimera della storia del calcio.

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