Dietro all’idea di Blue Scholars c’è un’etica del lavoro da cottimisti, che ha portato due ragazzi originari di Seattle, Geologic (voce) e Sabzi (produzioni), a realizzare nel giro di pochi anni diversi progetti, legati tra loro dall’interesse per le tematiche sociali e di lotta di classe, questo almeno a quanto dice la loro biografia.

A confermarcelo parzialmente il metodo di realizzazione di questo album, quantomeno inusuale. Posto che tra le scelte plausibili di realizzazione di un progetto ci sono ipotesi come autoprodursi, affidarsi ad un major, cercare un contratto di distribuzione, è onestamente la prima volta che sento dire di un album che è stato realizzato partendo da una kickstarter campaign. Ovvero? Ovvero un certo numero di persone che donano tot soldi fino a raggiungere la cifra prefissata di 25.000 dollari,  da spendere nella realizzazione di Cinémetropolis.
La raccolta fondi ha portato a un successo tale da superare la cifra necessaria, il che, stando alle dichiarazione rese dai due artisti, porterà all’investimento del “surplus” in una serie di video che affiancheranno ogni traccia, in una sorta di soundtrack inversa, dove è il video a fare da corollario alla musica e non viceversa.

Certo è che la loro scelta è una scelta piuttosto intellettuale, come particolare è il titolo del loro ultimo lavoro, Cinémetropolis.
Dietro questa scelta non si cela, come si potrebbe pensare, la fantascientifica realtà della Metropolis di Fritz Lang, già musa ispiratrice di vari progetti, dall’italianissimo Metropolis Stepson di Night Skinny a Janelle Monae, ma un’idea rubata a Ejzenštejn, storico regista russo degli anni del cinema muto.
Idea di base quella di portare il pubblico, attraverso l’accostamento di immagini, ad una reazione o ad un cambiamento. Traslata ai giorni nostri, una critica allo strapotere che l’immagine mediatica ha su di noi.

Un bel concept, forse pure troppo ragionato. Il problema, quando alle spalle c’è un pensiero di questo genere, è che poi il risultato finale non sia esattamente conforme alle aspettative create.
L’incipit dell’album di fatto parrebbe confermare questa idea, con una serie di tracce passabili, ma che sembrano semplicemente pezzi di un qualsiasi B.O.B. o Tinie Tempah – giusto per dare un’idea del genere – calati nell’immaginario sonoro di un Nintendo 64.
Vezzi produttivi un po’ troppo pop, non brutti, perché non è brutto un brano come Hussein, ma neppure particolarmente nuovi o interessanti.
I Blue Scholars fanno decisamente meglio altrove, per esempio in George Jackson o Yuri Kochiyama, dove si sente una matrice vagamente più soul, o nella sintetica Oscar Barnack & Oscar Grant, giocata sul legame ipotetico tra l’inventore tedesco della telecamera e Oscar Grant, la cui uccisione per mano della polizia della Bay Area fu ripresa con la telecamera di un cellulare.

Ogni traccia un nome, tra attivisti, artisti, criminali, in un album che se non convince in ogni suo passaggio, ha però il pregio indiscusso di proporre tematiche di uno spessore che si vede di rado, unite a una produzione originale e molto personale.

Andrea Cortellari

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