- Gue’ Pequeno – Il ragazzo d’oro
Il Guercio tenta la difficile carta di affrancarsi dal trademark Dogo, in un bivio solista sicuramente atteso, che lascia però qualche perplessità, o se volete una piccola delusione.
Si perché, nonostante ammetterlo possa mettermi in cattiva luce con certi miei amici fan dell’iper-purismo, in fondo ho sempre pensato che Guè fosse un rapper degno di nota. E per degno di nota intendo uno in grado di mescolare in maniera abbastanza saggia una zarria di fondo che non ha mai nascosto e spunti intellettualmente interessanti.
Capita a tutti i gruppi prima o poi di dedicarsi, anche solo per una fase passeggera, alle rispettive carriere soliste. Il problema fondamentale, quando a farlo sono membri di una formazione molto conosciuta, è la difficoltà nello smarcarsi da un trademark. Il trademark dei Dogo in questo momento è pesantissimo. Sono là, sospesi nell’Olimpo di quel rap che oramai può fare e dire quello che vuole e ritrovarsi comunque con cifre di vendita decisamente gratificanti.
Per questo dal Ragazzo d’oro del Guercio era lecito aspettarsi qualcosa di diverso, se non qualcosa di originale, almeno un buon rimpasto di elementi già sentiti. Le possibilità erano diverse. Una, quella che a occhio è stata adottata, la scelta di farsi produrre da molti nomi differenti, dando al disco un taglio per forza di cose altro rispetto a quello di un disco dei Club Dogo. E quindi ecco spuntare nei credits nomi come Shocca, come Shablo, Zonta, 2nd Roof e Fritz Da Cat, accanto agli immancabili produttori del giro Dogo.
A leggere di sfuggita ci sarebbe di che essere felici. Ma. C’è sempre un ma. Forse più di uno. Il “ma” numero 1 riguarda la difficoltà di fare convivere sullo stesso progetto due sound completamente diversi, il tamar-cool dei 2nd Roof e il golden-age di Shocca, per citarne due. E poi l’altro ma. L’altro ma riguarda Guè. Guè che a giudicare dalla foto di copertina non saprei dire se è annoiato o solo alla ricerca di una posa e che, in entrambi i casi, si limita a fare il minimo sindacalmente richiesto per non far volgere al ribasso le sue quotazioni.
Tonnellate di ego-trip, ammiccamenti da club, risalite occasionali. Non è che io pretenda poesia. Pretendo solo che un pezzo come Il blues del perdente non sia immaginifico più per il beat e il titolo che per le liriche, per esempio. O che il remake di Non lo spegnere, questa volta su una strumentale originale, non sia meno incisivo della versione da mixtape. O che una stofa di Caneda posizionata sul confine tra la trashata inascoltabile e il colpo di genio non sia la cosa migliore della title track.
A questo punto molto meglio un episodio come Big, posse cut riuscitissima che riunisce un cast in parte già visto in Libro senza cuore, riuscita proprio perché vuole essere esattamente ciò che è, autocelebrazione senza se e senza complessi. A questo punto molto meglio Non mi crederai che, questa volta si, mi ricorda che disco vorrei da uno dei rapper più acclamati del momento.
In sintesi, se il ragazzo d’oro si accontenta della medaglia di cartone, il risultato finale è un album notevole sul fronte produzioni, dove i testi rischiano di passare pesantemente in secondo piano.










Clicca e vinci il biglietto!
Mi trovi perfettamente d’accordo!
la penso nella stessa maniera!! sembra ke mi hai letto nel pensiero… sn veramente deluso da cosimo che infatti mi sto dedicando a noyz e lo consiglio vivamente se si vuole ascoltare vero rap…