C’erano una volta le compilation, nel rap italiano. Raccogliendo collaborazioni in giro per l’Italia, il beatmaker del caso metteva insieme tracce nel tentativo di unire prove di artisti affermati e nuove leve, cercando di dare uno spaccato più o meno realistico di realtà locali o anche di quella nazionale.

Ed è questo il grande obiettivo che Don Joe e Shablo si sono prefissi nel mettersi alle macchine per produrre questo “Thori & Rocce”: dare voce ai protagonisti più diversi della nostra “scena” (ancora questa abusata parola), mescolando mainstream e underground e dando vita a collaborazioni inedite. Quel che ne esce è una fotografia abbastanza fedele di cosa sia, oggi, il rap in Italia. Nel bene e nel male.

Il livello delle produzioni è altissimo, di caratura internazionale, entrambi i beatmaker hanno avuto la possibilità di sbizzarrirsi con generi che non sempre hanno la possibilità di manipolare, e il risultato è pregevole. I tappeti così costruiti sono molto godibili, presentano i marchi indelebili dei loro produttori nonostante la varietà di suoni impiegata, e  si adattano mediamente bene allo stile dei vari MC presenti sulle tracce.

Purtroppo, però, il livello del rap non sempre è all’altezza delle produzioni; anzi non lo è quasi mai. Tutti gli MC, dai più affermati ai più sconosciuti, forniscono prove mai esaltanti, al più buone sotto il profilo tecnico, ma contenutisticamente vicine allo zero. I pesi massimi, quelli che dovrebbero tirare la carretta, si limitano a buttare giù le solite strofe, battagliere, aggressive, ignoranti il giusto, che fanno il loro sporco lavoro ma alla lunga risultano un po’ noiose. Le facce più nuove regalano dosi abbondanti di “fotta”, senza però mai brillare particolarmente.

E anche in questo “Thori & Rocce” sembra costituire un ritratto fedele della scena nostrana: produttori capaci, che non sfigurerebbero sui dischi di affermati rapper d’oltreoceano, danno basi a MC che non sanno che farci. È un po’ la storia del nostro rap da quando i Club Dogo (e i loro contemporanei, perchè incolpare i soli milanesi sarebbe ovviamente ingiusto) hanno fatto irruzione cambiando tutte le regole del gioco: hanno imposto dall’inizio la loro identità, consolidandola con il passare del tempo e facendola diventare il principale modello per chiunque si appresti all’hip-hop nel nostro paese.

Ma al di là dell’influenza che un gruppo possa avere, e che questo possa piacere o meno, il problema mi sembra sostanzialmente un altro: i Club Dogo “ce l’hanno fatta”, sono arrivati in cima, e una volta consolidato il loro status, hanno praticamente smesso di puntare a qualcosa di nuovo, ad accrescere e sviluppare la loro personalità artistica, fossilizzandosi su uno stile che, se già aveva un po’ stancato sui loro dischi, diventando oggetto di emulazione per decine di artisti italiani ha finito per logorare la pazienza di tanti. E così ci si ritrova tra le mani prodotti che, almeno sulla carta, potevano tutti ambire a diventare nuovi classici del rap italiano, e tali non si sono rivelati per via della stagnazione del contesto musicale da cui vengono fuori.
La maggior colpa che possiamo attribuire a “Thori & Rocce”, quindi, non è diversa da quelle che hanno reso mediocri anche le precedenti uscite a nome Club Dogo: un disco di alti (pochi) e bassi (parecchi), col suo difetto più grave nel non essere “quello che poteva (e, forse, doveva) essere”.

 

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