- LIVE REVIEW // House of Pain, PE, Cypress Hill
Qualche anno fa, un ragazzo che ai tempi stava nella mia città, in un pezzo citava un classico della musica black, parlando di “una nazione sotto lo stesso groove”. Io sono evidentemente un fottuto nostalgico, e quindi la mia opinione non dovrebbe fare testo. Ma un’Arena Civica piena così è a questo che mi fa pensare, a una nazione che ogni tanto esce dalle tane, che sa ancora riconoscere gli eventi a cui mancare non è consentito.
E a ben vedere, questo 12 Luglio ce ne sono almeno tre di generazioni sotto lo stesso groove. C’è quella dei primi arrivati, quelli che le avventure dei tre gruppi che suonano se le sono vissute dal vivo, c’è la mia, che ha imparato, che in qualche caso è cresciuta con certa musica, c’è quella che è venuta per ultima, a cui qualcuno ha spiegato che certi gruppi sono imprescindibili per la crescita di un genere, perchè così è.
Senza i Public Enemy, chiedete a chiunque, l’hip-hop sarebbe stato una cosa diversa. I PE, con la loro dirompenza live, sono forse la cosa più vicina all’esplicitazione del concetto di Edutainment. Concetti grandi, pesanti, politicamente espliciti, ma anche una capacità da entertainer che è difficile vedere e che lascia stupefatti.
Flavor Flav e Chuck D, anno più anno meno, fanno un secolo in due, solo che sembrano due ventenni ai primi live. Saltano da un lato all’altro del palco, senza un attimo di pausa, passando da classico a classico, da Fight The Power a Public Enemy no.1. E ad accompagnarli hanno strumentisti coi controcazzi, incluso dj Lord.
Poco importa se il momento di gloria di Lord è condito di Smells Like Teen Spirit e Seven Nation Army. Nel populismo ci sguazziamo come carpe e un “po po po” ci fa bene sempre, anche se di calcio ne capiamo una sega – vedi il sottoscritto.
Ma prima ci sono gli House Of Pain. Più meteorici, meno responsabili della nascita del crossover, ma autori di una Jump Around che non può non rimanere in testa a chiunque, bboy o meno. Everlast è invecchiato paurosamente. Qualcuno mormora che ha avuto un infarto o qualcosa del genere. Ma DannyBoy coadiuva alla grande e lo show è comunque d’impatto. E’ figo, è funky. E’ tutto da saltare, specie quando partono le prime note della hit, di quella Jump Around che potrebbe suonare per sei volte di fila, ottenendo il medesimo risultato, uno stadio che delira.
E alla fine i Cypress Hill. i Cypress Hill quando accenna a piovere. Ma fidatevi, va tutto bene. Fa un caldo fottuto, le birre si barattano con un rene, la pioggia va benissimo. E Bobo, B Real e Sen Dog sanno il fatto loro a memoria. Sanno che la gente vuole sentire certe cose, sanno che Hit From The Bong non può che essere condita dalla comparsa sul palco del bong in carne ed ossa. L’iconografia è quella, sui brani stoned ci hanno costruito una carriera e quindi perchè deluderci? Non lo fanno. Per nulla. Anche se Julio G sostituice Muggs ai piatti. E quindi via di Insane In The Brain, Rise Up, I Wanna Get High, How I Could Just Kill A Man.
Più melodia dei PE, più polleggio e meno incazzo. Due show diversi, ma comunque con un tiro che rende attuale qualsiasi brano, nonostante l’età, nonostante l’hip-hop sia andato avanti. Lo dicono bene i due rapper losangelini: “qualcuno dice che il nostro hip-hop sia morto”. Sono palle. Non te li ascolti tutti i giorni forse. Questo no. Ma non hanno ancora passato il testimone. E finchè il risultato live è questo fanno bene a tenerselo stretto.
Fanno bene perchè si va a casa felici. Fanno bene perchè un live che straborda gente ci fa bene al cuore. Fanno bene perchè ogni tanto qualcuno ce lo deve ricordare che cavolo ha di così figo questa roba dell’hip-hop. State sicuri che per un po’ non me lo scordo.










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