- The Wall, Il muro del lockout tra proprietari e giocatori NBA
Questo cantavano nel lontano 1979 i Pink Floyd, all’epoca ancora con la loro formazione quasi originale, quella con Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason. Quasi perchè il fondatore Syd Barrett, il diamante grezzo della musica psichedelica, aveva già abbandonato il progetto nel 1968, alle prese con la continua lotta contro i demoni che gli popolavano la testa a causa della continua assunzione di LSD e altre droghe.
Sono passati 32 anni da allora, ma l’inizio di Confortably Numb, una delle canzoni più belle del secolo, è più che mai attuale in una lega di nostra conoscenza. Canzone che è contenuta in uno degli album più famosi dei 4 artisti londinesi, The Wall.
“Hey?!? C’è qualcuno lì dentro? Fatemi un cenno se mi sentite. C’è qualcuno in casa?“
E’ infatti esattamente quello che si chiedono i giocatori NBA, impossibilitati ad allenarsi dal primo luglio a causa del lockout. E proprio un muro è quello che separa i giocatori e proprietari, intenti a scornarsi per la suddivisione degli introiti. Nel frattempo, i giocatori restano chiusi fuori dalle strutture.
Si, chiusi fuori. Perchè questo, nonostante l’informazione nostrana in alcuni casi abbia detto il contrario, non è uno sciopero di giocatori viziati che non hanno presente la loro posizione privilegiata, ma è la chiusura, temporanea si spera, dell’esercizio da parte dei proprietari.
Lockout infatti significa serrata. E proprio serrate sono tutte le infrastrutture della lega, con i giocatori che neppure volendo possono accedervi. E non è l’unica cosa che i giocatori sono impossibilitati a fare, perchè dopo il fallimento delle ultime trattative di fine giugno, ai giocatori è stato vietato parlare ai dirigenti delle proprie franchigie, agli impiegati, ai medici e a chiunque faccia parte dello staff di una squadra, pena una multa salatissima.
Questa è solo la prima di tante scaramucce che vedrà impegnati da una parte i giocatori e dall’altra proprietari e lega in quella che si prospetta essere una lunga ed estenuante trattativa.
Scaramucce, piccole rappresaglie, litigi su aspetti economici e di immagine sono iniziati nel tentativo di far valere la propria posizione e ammorbidire quella opposta.
Proprio come successe ai Pink Floyd, autori della strofa postata ad inizio articolo. Le due personalità forti del gruppo, infatti, il cantante e chitarrista David Gilmour e il bassista e autore Roger Waters, dopo un inizio collaborativo e pregno di successi, iniziarono ad allontanarsi sempre più, tra scaramucce verbali e rappresaglie, come quando Waters, nel 1979 proprio durante la registrazione di The Wall, l’album contenente Confortably Numb, allontanò dal gruppo Richard Wright, uno dei fondatori, a causa dello scarso impegno e della dipendenza del tastierista dalla cocaina.
L’inizio della fine dell’idillio per i Pink Floyd, che vedrà Waters abbandonare la formazione nel 1985, dopo anni poco fruttuosi dal punto di vista artistico e in cui il gruppo spende più tempo a litigare che in studio.
Litigi che stanno avvenendo ora in NBA, tra proprietari e giocatori. Qui però non è questione di qualità delle performance fornite dai secondi, ma una più banale questione pecuniaria. L’oggetto del contendere, infatti, è sostanzialmente la ripartizione percentuale del BRI (in sostanza il ricavato annuo della lega). Con il vecchio contratto la ripartizione è 57% del BRI ai giocatori e 43% ai proprietari, una disparità che, conti alla mano, porta 22 franchigie su 30 ad essere in perdita.
Insostenibile quindi andare avanti così. Ecco allora che si cerca la giusta strada per riportare queste percentuali in una condizione di maggiore equilibrio, che permetterebbe una maggior sostenibilità economica della lega. Strada che però si prospetta decisamente impervia, con i proprietari che in sede di trattativa ha proposto un ribaltamento delle percentuali (55% a loro e 45% ai giocatori), che alla controparte non è piaciuta affatto.
Sarebbe troppo facile pensare a una suddivisione in parti uguali della torta, e probabilmente è anche quello su cui ci si accorderà alla fine, però per arrivarci si passerà attraverso proposte e controproposte, effetti collaterali più o meno invasivi sull’attuale CBA (il contratto collettivo), come ad esempio la durata dei contratti garantiti, la gestione delle eccezioni salariali, la gestione dei tagli e altro e rappresaglie da parte di giocatori che sebbene sotto contratto han fatto sapere di voler andare a giocare all’estero.
Allora via di mosse, da una parte e dall’altra, per dimostrare la propria forza in sede di trattativa. I giocatori hanno iniziato a guardare all’Europa, con alcuni giocatori che si sono accordati con le squadre FIBA per venire a giocare nel vecchio continente. Il problema è che oltre a Sonny Weems allo Zalgiris, Timoftey Mozgov e Chris Quinn al Khimki, Sasha Vujacic all’Efes Pilsen, David Andersen a Siena, Zaza Pahculia al Besiktas e Marcin Gortat a San Pietroburgo è arrivato il primo nome grosso. Deron Williams ha infatti ufficializzato l’altro giorno sul suo account twitter il passaggio alla squadra turca del Besiktas.
Dopo di lui, altri nomi più o meno altisonanti hanno palesato la loro intenzione di giocare in altri campionati. Sempre il Besiktas infatti ha ammesso di aver avuto dei contatti con Kobe Bryant, che però pare essere alle prese con il recupero dei suoi vari acciacchi fisici. Dall’altra parte della costa è stata invece la volta di Dwight Howard che ha fatto sapere che non gli dispiacerebbe andare a giocare in Cina questo inizio di stagione. Oltre loro, Brandon Jennings, Serge Ibaka, Toni Parker e tanti altri hanno in tempi diversi fatto sapere di voler comunque giocare a basket questa stagione e di poter valutare un approdo in Europa.
Quanto questi movimenti siano reali e quanto strumentali per far capire ai proprietari che comunque non esiste solo la NBA come possibilità di lavoro, ad oggi, ventidue giorni dopo l’inizio del Lockout, non è dato saperlo. Certo è che questo esodo di giocatori, anche di primo livello, verso il vecchio continente servirà a dare una velocizzata alla ripresa delle trattatativa e che il contemporaneo annuncio della fine del lockout dell’NFL, l’altra grande lega professionistica americana chiusa per serrata sia di buon auspicio per una rapida risoluzione delle trattative.
Ai Pink Floyd per vedere ritornare a suonare insieme Gilmour e Waters ci vollero venti lunghi anni. Il 2 luglio del 2005 infatti, in occasione del Live 8, organizzato per celebrare il ventennale del più grande concerto benefico della storia, il Live Aid, Roger Waters si unì agli altri componenti dei Pink Floyd: David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason in quella che fu l’ultima reunion possibile del gruppo, che dovette poi affrontare la scomparsa del diamante grezzo Syd Barrett nel 2006 e del tastierista storico Richard Wright nel 2008.
Il brano che concluse quella performance? Proprio Confortably Numb.
La speranza è che giocatori e proprietari non si siano così Confortevolmente Insensibili da non voler trovare un accordo e che la ricomposizione dello strappo tra giocatori e lega sia meno dolorosa e lunga di quella tra Roger Waters e i Pink Floyd.











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