- The Plastic Man [Prima parte]
NdA: Ciao a tutti. Questo è il mio primo pezzo per From The Court. Il germoglio, mi auguro, di una lunga collaborazione, per la quale non posso che ringraziare Danny ed i suoi soci. Nonostante sia un rookie, però, non vi parlerò di me. Non direttamente perlomeno. E’ passato un mese esatto dalla prima palla a due della stagione, e di materiale adatto alle barbershop conversation ce n’è già a secchiate.
I. The medical report
Incosciente. Questa la definizione meglio ponderata che si può applicare al calendario della stagione in corso: 66 partite da disputare distribuite su 124 giorni di regular season. Poco meno di un match ogni due giorni. Impensabile, e cosa ancor più importante e sottovalutata, pericoloso. Più di quanto si possa credere, anche per gli atleti più preparati del pianeta.
Esagerato? Forse.
Privo di fondamento. No, questo no.
Andrea Bargnani, già ai box per una manciata di partite, dopo due apparizioni più che positive ha di nuovo abbandonato il terreno di gioco ieri notte e il sospetto è che la seconda sosta sarà più lunga della precedente; Al Horford, centro titolare degli Atlanta Hawks, si è lesionato il muscolo pettorale sinistro ad inizio Gennaio e, se tornerà in campo in questa stagione, sarà in primavera; Eric Gordon, noto più per esser finito a New Orleans come merce di scambio per l’approdo di Chris Paul ai Los Angeles Clippers, è fermo dal 6 di Gennaio per un malanno al ginocchio destro. Anche Dwyane Wade ultimamente siede in panchina col vestito della domenica, colpa di una caviglia piegatasi innaturalmente verso l’esterno e di una sospetta fascite plantare che a Miami fanno di tutto per smentire.
E abbiamo solo pescato dal mazzo.
Michael Beasley, Eric Maynor, Manu Ginobili, Chuck Hayes, Josh Harrellson, Brook Lopez, Rajon Rondo, Derrick Rose, Andrew Bogut, Tyrus Thomas, Vince Carter, Zach Randolph, Kwame Brown, Eric Bledsoe. Un bollettino medico senza precedenti per il punto della stagione in a cui si è arrivati. Le cause? A sentir loro, i giocatori, che in sede di negoziazioni da lockout avevano spinto per un calendario compresso da 66 incontri, l’imputato maggiore sarebbe proprio quella risma di fogli numerati appesa ai chiodi di ogni spogliatoio.
Anche al netto della quota sindacale di infortuni che puntualmente costella le stagioni NBA, la sensazione è che una buona dose di verità stia proprio lì. Lo sanno gli addetti ai lavori, lo sanno loro, i giocatori, ma nessuno lo può dire a voce troppo alta. Chi ce ne guadagna? L’equilibrio, forse, ma a che prezzo?
II. Basketball state
Il borsino della franchigie, si sa, evolve senza soluzione di continuità. A Boston e sulla sponda giallo-viola di Los Angeles i fasti delle ultime stagioni sembrano allontanarsi; New York non trova la chiave dei mille rebus che ne frenano la risalita; Charlotte e Washington, una volta toccato il fondo, hanno iniziato a scavare.
Trenta diversi andamenti, ciascuno con i suoi alti e bassi. O quasi.
C’è una squadra, infatti, che iniziata la stagione da underdog, sta infilando una conferma dietro l’altra, facendo voltare sempre più teste. Le ultime, le più testarde e dure da convincere, hanno finalmente deciso di dedicar loro un po’ di attenzione dopo che la squadra con il miglior record della stagione scorsa, leggi Chicago Bulls, li aveva visti lasciare lo United Center con la W in tasca, primi ed unici in stagione, ad oggi.
Unica franchigia a mandare, di media, sei giocatori diversi in doppia cifra. Nessuno di questi vicino al ventello, neanche lontanamente. Capace di uscire vincente dai campi di Boston, Los Angeles e, appunto, Chicago. Sono arrivate anche le sconfitte, ovvie ed inevitabili, alcune anche sonore, come a Miami contro LeBron e soci, o pochi giorni fa sul proprio terreno di gioco ad opera degli Orlando Magic.Ad un mese dallo start, però, la classifica della Eastern Conference li vede ancora lì in alto, stabilmente nelle prime quattro o cinque posizioni a lottare per un posto sulla griglia di partenza della post-season, uno di quelli buoni.
Che si parlava dei Pacers era chiaro a tutti, vero?
L’Indiana: campagne interminabili, rednecks e chiese protestanti per la maggior parte degli americani, The Basketball State per chi vi è nato e cresciuto.
Nella seconda parte:
III. Battle of LA
IV. Cash flow
NdA: Alcuni chiarimenti post-scriptum. Il titolo non c’entra un benamato con gli argomenti trattati, è semplicemente il titolo della rubrica che proverò a tenere in vita tra queste pagine. E sì, lo so, in realtà è passato un mese e un giorno.










LUDACRIS –
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